La morte improvvisa nello sport dilettantistico non è una fatalità. È il sintomo di un vuoto che gli enti di promozione sportiva coprono con uno slogan: “sport in sicurezza”. Questa inchiesta parte da lì, da quel vuoto tra le parole e la realtà.

1. Il glitch di un sistema da 32 miliardi di euro

Benvenuti su Caduti sul Campo. Se sei qui per le lacrime e le candeline, hai sbagliato URL. Questo non è un memoriale. È un’operazione di Reverse Engineering su un sistema che ha volutamente smesso di funzionare, ma che continua a fatturare miliardi sulla pelle dei ragazzi.

L’obiettivo è uno solo: trasformare il dolore in opportunità di cambiamento. Uno spazio dove un’esperienza negativa, e tutto il lungo percorso che ne è derivato, diventa l’occasione per provare a costruire qualcosa di buono. Un luogo digitale duro, come il campo da calcio sterrato di un piccolo borgo di periferia. Un posto dove non c’è spazio per frignare ma solo tempo per riflettere, analizzare, proporre soluzioni… e poi agire.

Questo sito è un censimento. È il diario del dolore provato da ogni famiglia italiana che non ha visto tornare a casa il proprio figlio dopo una giornata di sport. È il tentativo ostinato di fare in modo che ognuna di queste voci abbia uno spazio dove emergere dal silenzio in cui è stata confinata. Il silenzio di un sistema che non vuole ammettere di avere un problema. Perché la sua stessa ammissione oggi implicherebbe dover rendere conto a tutti del perché quel problema non è mai stato affrontato concretamente quando c’erano tutti i mezzi per farlo.

Perché eludere la legge in ambito di sicurezza sportiva molto spesso è semplicemente più conveniente che rispettarla. Perché costa meno gestire la criticità del caso specifico — legalmente e a livello assicurativo — che mettere in campo l’impegno e le risorse per riorganizzare un sistema complesso. Diverse realtà, diversi contesti, diverse risorse ma un unico comune denominatore: un diritto alla sicurezza che dovrebbe essere uguale per tutti.

Non mettiamo in discussione il fatto che questo sia un compito difficile. Ed è appunto sui numeri di questo sistema che bisogna riflettere: 21,5 milioni di praticanti solo nel comparto dilettantistico nel 2025 [1]. Il 37,5% dell’intera popolazione italiana.

Grafico che illustra i numeri dello sport in Italia e li mette in relazione con la mancanza di dati istat

L’impatto del settore nell’economia del paese riflette esattamente questo dato: 32 miliardi di euro implicano doveri e responsabilità verso ogni praticante e ogni tesserato — incluse le società sportive affiliate agli enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI. E la responsabilità parte dalla sicurezza di ogni impianto sportivo.

Trentadue miliardi di euro. Non è un’opinione, è il valore aggiunto che lo sport genera ogni anno per l’economia italiana, pari all’1,5% del PIL. Un settore che dà lavoro a 421.000 persone e che in un solo anno ha convinto un milione di italiani ad alzarsi dal divano. Sono numeri da prima pagina del Financial Times, non da comunicato stampa parrocchiale.

Eppure. Quegli stessi 32 miliardi si reggono su 78.372 impianti, il cui 70% è classificato come pubblico [2]. Ma questa definizione nasconde una distinzione fondamentale: non tutto ciò che è “pubblico” risponde alle stesse regole, agli stessi controlli, alle stesse responsabilità. E soprattutto: il 40% di questi impianti risale agli anni Settanta e Ottanta. Strutture costruite quando il walkman era una tecnologia avanzata.

Ed è in queste strutture che, ogni settimana, si allenano e giocano milioni di italiani che danno per scontato che qualcuno si stia preoccupando della loro sicurezza. Spoiler: non sempre è così.

Per capire quanto, basta un dato di confronto: la sedentarietà costa al sistema sanitario nazionale tra i 4,5 e i 6,7 miliardi di euro l’anno [3]. Lo sport, quando funziona, li risparmia. Quando non funziona — quando gli impianti sono inadeguati, quando mancano i dispositivi salvavita, quando le norme non vengono rispettate — li rimette in circolazione. Con gli interessi.

Ma chi definisce cosa significa sport in sicurezza? Lo Stato, che fa le norme. E in questo caso le fa anche bene. Il nostro paese è considerato un’eccellenza e un modello di riferimento a livello europeo per quanto riguarda la sicurezza sanitaria nello sport, grazie alle normative introdotte con il Decreto Balduzzi (D.L. 158/2012) [4]. Il decreto ha introdotto per la prima volta in Italia l’obbligo di defibrillatori e personale formato per tutte le società sportive. Un obbligo che per lo sport dilettantistico è diventato effettivo solo dal 1° luglio 2017. Cinque anni di proroga.

2. Il sistema che non vuole vedere

Dove sta allora il problema se le norme ci sono e sono fatte bene? Il problema, come in tutte le leggi, non sta nella norma ma nel fatto che esiste una o più possibilità di aggirarla.

E questo viene reso facile da due cose specifiche: la nostra ignoranza come cittadini e l’organizzazione di un sistema giuridico costruito proprio su quell’ignoranza. In questo mix socialmente mortale si creano tutte le condizioni perché chi ha i mezzi — culturali, economici e di potere — possa “surfare” sulla cresta dell’onda della legge senza venirne mai investito.

Il sistema prima ti mette a disposizione i mezzi per far valere i tuoi diritti — le leggi — e poi ti tiene nascosto come farli valere davvero. Le procedure sono quasi sempre fuori dalla portata di un normale cittadino. Risultato: andare a fondo per cercare le risposte è dieci volte più costoso che accettare il rischio. O meglio: far finta che il rischio non esista. Fino a quando il figlio che non è tornato a casa è il tuo.

Ed è esattamente qui che abbiamo deciso di piantare la nostra bandiera.

Bandierina con il logo dei pirati su un campo da calcio sterrato

Questa iniziativa nasce per raccontare, in modo crudo, come stanno davvero le cose. Per sbatterti in faccia, in modo politicamente scorretto, tutto quello che non vorresti mai sapere quando decidi di far praticare uno sport ai tuoi figli. Tutto quello che non vorresti scoprire quando ti viene chiesto di firmare alla cieca un modulo di tesseramento a una società sportiva dilettantistica che dai per scontato sia garanzia di sicurezza.

Perché la garanzia di sicurezza nello sport dilettantistico non esiste. Non esiste il rischio zero: esiste solo la possibilità di un evento critico in relazione alla presenza o meno delle condizioni necessarie per prevenirlo o limitarlo.

3. Chi paga quando qualcuno muore?

Ma chi garantisce che oggi queste condizioni siano effettivamente rispettate? Quali sono le sanzioni nel caso di mancato rispetto? E soprattutto: chi paga quando qualcuno muore a causa dell’inadempienza delle norme di sicurezza sportiva? Oggi, le famiglie. Punto.

Pagano la prima volta in dolore: per la perdita di un figlio, di un padre, di un fratello. Pagano una seconda volta in frustrazione: quando in un momento di sconforto si affidano alle istituzioni per capire cosa è successo ai loro cari. Infine pagano in amarezza e rassegnazione: quando realizzano che il sistema che dovrebbe sostenerli è strutturato per nascondere la verità.

E chi prova a resistere? Avete mai sentito la notizia di una causa legale vinta da una famiglia contro qualche associazione sportiva dilettantistica — affiliata a un ente di promozione sportiva, iscritta ai campionati federali, in regola con i documenti di tesseramento — che non aveva rispettato le norme di sicurezza sportiva? Provate a cercare: troverete fumo. Casi ancora in dibattimento, rinvii a giudizio. Praticamente nessuna condanna definitiva. Processi infiniti destinati a perdersi nel nulla.

Nessun precedente giurisprudenziale concreto. E non è un caso. È il sistema che si chiude a riccio su sé stesso, portando i reati a prescrizione — o peggio, insabbiandoli gradualmente ma solo dopo aver ridotto sul lastrico le famiglie dei poveri malcapitati.

Smartphone sul tavolo durante una chiamata di emergenza al 118

Perché quando ti squilla il telefono alle undici di sera e il sangue ti si gela nelle vene, non hai la lucidità per capire cosa fare, cosa evitare di fare, in che trappole non cadere. Ed è in quel momento — quando non c’è più spazio per le leggi e il buonsenso — che comprendi il vero significato della parola angoscia. Quando il tuo cervello entra in modalità di protezione perché non è in grado di elaborare che tu — padre o madre — debba assistere al funerale di tuo figlio.

E quando ti svegli, pensando che sia stato solo un incubo, e qualcuno ti chiama per dirti “signora, ci sono da firmare le carte per l’apertura del sinistro” — come se fosse un graffio sulla carrozzeria di una macchina — capisci che in realtà era tutto vero. E l’unica cosa che rimane di tuo figlio è il suo borsone con dentro scarpe ancora sporche di fango.

Ed è in quel momento che comprendi di essere stato fagocitato in un meccanismo che mentre tu, preso dal panico, non sapevi cosa fare, si stava già organizzando sulla tua pelle per limitare o peggio annullare le conseguenze delle proprie azioni.

4. Cosa troverai in questo sito

Ed è qui che le nostre strade si devono necessariamente incontrare. Nell’attimo prima che questo succeda, perché sì — può succedere e succede molto più spesso di quanto tu abbia probabilmente pensato finora.

Lo scopo di questo sito non è quello di distoglierti dal praticare sport, né quello di insinuare in te il dubbio che tutte le realtà sportive siano fuorilegge. Ciò che vogliamo è solo metterti in guardia e fornirti gli strumenti per effettuare decisioni consapevoli.

Genitore al computer che visita il sito del ministero della salute sulla pagina del decreto Balduzzi

Gli strumenti che mettiamo a disposizione ti permetteranno di capire cosa guardare — prima di firmare un tesseramento, prima di scegliere un ente di promozione sportiva, prima di pagare la quota di affiliazione — per evitare il rischio di mettere in mano la tua vita o quella di chi ami a realtà che non sono neppure in grado di garantire la vostra sicurezza per la durata di una partita di calcio.

Realtà — società sportive dilettantistiche, enti di promozione sportiva, oratori e polisportive — che quando c’è da incassare quote d’iscrizione e rinnovare i tesseramenti hanno braccia assai lunghe, ma che poi, quando c’è da investire in sicurezza, diventano cortissime.

Il sito è strutturato per essere un punto di appoggio sicuro nel malaugurato caso ne avessi mai bisogno. Noi siamo il caso ZERO, quello che forse alla fine — ma questo dipende anche da voi — cambierà il sistema. Ma anche se così non fosse, vi garantiamo che porrà basi tali da permettere al prossimo colpo di essere quello decisivo.

5. Quando lo Stato vuole, sa contare

Il dato da cui partiamo in questa analisi è tanto semplice quanto deprimente: in Italia oggi, al netto delle leggi, se sei uno sportivo dilettante e il tuo cuore si ferma su un campo di periferia, per lo Stato non esisti. Sei solo un codice I46 su un certificato di morte ISTAT [5].

E così, senza nemmeno saperlo, diventi un mero dato statistico fine a sé stesso. Un numero che serve solo a dimostrare quanta gente muore e perché, ma che nessuno si dovrà mai chiedere effettivamente come.

In Italia, nel 2026, non esiste ancora:

  • un registro nazionale delle morti durante l’attività sportiva
  • un organismo ufficiale del Ministero della Salute che tratti l’argomento
  • un’autorità che verifichi che le norme di sicurezza sportiva siano effettivamente rispettate
  • pene certe per chi si rende responsabile di queste omissioni

E questo non è un caso. Durante questo percorso lo capirete.

Durante la pandemia COVID-19 lo Stato richiedeva ai medici una distinzione fondamentale: per COVID vs con COVID. Quella discriminante aveva uno scopo preciso: generare dati statistici per monitorare l’andamento di un problema [6].

Siamo qui per dimostrare una verità tanto semplice quanto scomoda: quando il nostro Stato vuole monitorare un fenomeno, sa farlo con precisione chirurgica. Sa contare ogni singolo tampone in un paesino di montagna, ma non è in grado di fornire un dato statistico su quanti cuori si sono potenzialmente fermati in 78.372 impianti sportivi.

Ha creato in poche settimane un flusso di dati quotidiano, pubblico, consultabile da tutti. Ha formato i medici, ha aggiornato le procedure, ha reso obbligatoria la segnalazione. Per la morte improvvisa nello sport dilettantistico, invece, nulla. Nessuna circolare, nessun obbligo di segnalazione, nessun flusso di dati. Solo silenzio.

Perché quando vuoi tenerti lontano da qualcosa di scomodo, non c’è nulla da monitorare. Quando muori su un campo da calcio o in una palestra o su una pista d’atletica, muori e basta.

Ci soffermeremo con precisione sull’analisi dei dati in seguito. Ciò che vogliamo ora è solo chiedervi di fare una riflessione su questo dato [7]:

Grafico che mostra il confronto tra i morti durante il covid e i morti delle patologie cardiovascolari

La fascia 15-35 anni è il cuore pulsante dello sport italiano. Gli under 35 rappresentano il bacino con la massima intensità di allenamento — circa il 48% dei giovani tra i 15 e 24 anni pratica sport con frequenza alta. In questa età, l’infarto “classico” da placca aterosclerotica è rarissimo. La morte cardiaca improvvisa (MCI) avviene quasi sempre per fibrillazione ventricolare: il cuore “va in tilt” elettrico.

La domanda sorge spontanea: dove accadono questi decessi?

La ricerca scientifica stima che lo sport aumenti di circa 2,5-3 volte il rischio di morte improvvisa in soggetti con patologie cardiache latenti [8]. Di conseguenza, si stima che fino all’80% dei casi di MCI negli under 35 avvenga in concomitanza con un’attività fisica intensa.

Eppure, per lo Stato italiano, se un giovane muore per arresto cardiaco mentre dorme o mentre corre la finale dei 100 metri, per l’ISTAT il dato è identico.

La mancanza di dati sulle morti nello sport non è un problema di budget. È una scelta politica. La volontà di monitorare solo ciò che conviene. Solo ciò che può creare problemi. Perché un ragazzino accasciato sul pavimento bagnato di uno spogliatoio, evidentemente, per qualcuno non ne è abbastanza.

6. Non si muore di “malore”

Ora che abbiamo messo le carte in tavola è doveroso dire le cose come stanno: in Italia non conta se sei morto per arresto cardio-circolatorio oppure a causa di arresto circolatorio. Non è affatto la stessa cosa: un infarto miocardico acuto (un problema meccanico) non è un arresto cardio-circolatorio (un problema elettrico), e un arresto cardio-circolatorio non equivale per forza a una morte cardiaca improvvisa certa.

Quello che ti serve capire è che qui la differenza non è tecnica. È politica. Non siamo di fronte a un problema irrisolvibile, siamo di fronte a un problema che non si vuole osservare nei suoi numeri reali.

E cosa c’è di meglio, quando non vuoi affrontare una cosa che ti fa paura, che dargli un altro nome? Lo chiamano “malore”. “Un ragazzo che ha avuto un malore durante una partita di calcio.” Sì, ma quale malore? Che tipo di malore?

Il termine “malore” non è una diagnosi: è uno stratagemma di comunicazione mediatica e giornalistica. Una scelta di prudenza, o ignoranza funzionale, di chi ha interesse a fare uscire la notizia senza esporsi su un argomento di cui in realtà non sa nulla.

Nella realtà clinica, stiamo parlando di Fibrillazione Ventricolare (VF): un caos elettrico che annulla la gittata cardiaca. Nascondersi dietro la parola “malore” è come dire che un server è crashato perché “è successo qualcosa”. Noi vogliamo il log dell’errore.

Quell’errore tecnicamente si chiama NO-FLOW: un cronometro invisibile che parte quando il cuore si ferma. Ogni secondo senza ossigeno al cervello è un pezzo della vita che si perde. Il Decreto Balduzzi è uno strumento che non abbassa quel rischio, ma che dovrebbe dare alle società sportive i mezzi per fermare in tempo quel countdown — ma solo se qualcuno sa come schiacciare il tasto STOP.

Immagine di un defibrillatore ed un cronometro sopra una panchina all'interno di uno spogliatoio

Il DAE: uno strumento inutile senza protocollo

Il DL Balduzzi oggi in Italia è come un aggiornamento di sistema: viene scaricato automaticamente, ma poi resta lì fino a quando le società sportive dilettantistiche decidono o meno di installarlo. Autocertificano “abbiamo il DAE!”, ma poi si dimenticano che senza un protocollo di Early Defibrillation entro i 3-5 minuti, quel dispositivo è solo un pezzo di plastica chiuso in una teca. Inutile — come un estintore messo a disposizione di un amputato di guerra.

Gli stessi enti di promozione sportiva affiliati al CONI che pubblicizzano lo “sport in sicurezza” come valore fondante della propria missione associativa, che prevedono “sanzioni” per la mancanza del DAE quantificabili con il prezzo di un tesseramento annuale. Questo è oggi quanto paga chi non rispetta la legge: il costo che ha, a livello amministrativo, la vita.

E la partita può iniziare: No-flow, no party. Una festa che, come vediamo troppo spesso, può finire molto male.

7. Perché è ora di dire basta

Se sei arrivato fino a qui avrai capito che facciamo sul serio. Non siamo qui per discutere ma per mettere un punto. Non con l’inutile retorica della commemorazione, ma con la precisione dell’inchiesta giornalistica più spietata. Inchiesta da campo di battaglia, appunto.

Perché non siamo qui per piangere i nostri ragazzi “caduti sul campo”, ma per proteggere quelli che su quel campo ci andranno a giocare domani. Anche i tuoi.

Siamo qui per loro, e ci resteremo fino a quando anche solo un genitore, prima di tesserare un figlio per una società sportiva dilettantistica, comincerà a fare ricerche su Google. Non per cercare coppe vinte, per capire se il campo è di terra o sintetico — ma per cercare quali sono le garanzie che deve pretendere per la vita di suo figlio.

E quello sarà il momento in cui i numeri cominceranno ad avere il giusto peso. Il momento in cui i numeri non saranno più codici ISTAT ma nomi di ragazzi che sono usciti di casa per andare a fare sport e non sono più tornati.

Perché contare i morti nel modo giusto, in una democrazia matura, è il primo passo per proteggere i vivi. Soprattutto quando quei vivi sono i nostri figli.

Immagine di un bagagliaio di una macchina con all'interno un borsone e delle scarpe da calcio sporche

… che il caso zero abbia inizio.

Note e fonti

  1. Dati: ISTAT 2024 “La pratica sportiva in Italia” e Rapporto Sport 2025 (Istituto per il Credito Sportivo e Culturale — Sport e Salute S.p.A.). Nel 2024 oltre 21,5 milioni di persone (37,5% della popolazione) hanno praticato sport. Il settore ha generato nel 2023 circa 32 miliardi di euro di valore aggiunto (1,5% del PIL), con 107.804 ASD/SSD attive.
  2. Dati: Rapporto Sport 2025 (Istituto per il Credito Sportivo e Culturale). Censimento Nazionale novembre 2025: 78.372 impianti sportivi, 70% di proprietà pubblica (91% comunale). Oltre il 40% del patrimonio realizzato nel ventennio 1970-1989.
  3. Analisi basata sul modello SROI della piattaforma Delta dell’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale. Su 962 milioni di euro investiti nel 2024, stimati benefici sociali per 8,27 miliardi. Costo sedentarietà al SSN: 4,5-6,7 miliardi/anno.
  4. Il Decreto Balduzzi (D.L. 158/2012), convertito in Legge novembre 2012, ha introdotto l’obbligo di DAE e personale BLSD per le società sportive. Obbligo dilettantistico operativo dal 1° luglio 2017. Studi Corrado et al. (Università di Padova): screening italiano ha portato a riduzione dell’89% della mortalità per MCI tra gli atleti. La Società Europea di Cardiologia (ESC) suggerisce ufficialmente protocolli analoghi a quello italiano.
  5. Non esiste ad oggi un registro nazionale obbligatorio per la morte improvvisa cardiaca negli atleti. Unica eccezione: Regione Veneto (registro regionale attivo da oltre 30 anni). Assenza di obbligo di segnalazione → sottostima stimata tra il 5% e il 56% dei casi reali. I decessi vengono catalogati con codice ICD I46 (arresto cardiaco) senza tracciamento del nesso con l’attività sportiva svolta.
  6. L’assenza di sistema di monitoraggio nazionale per la SCD-A (Sudden Cardiac Death in Athletes) è considerata il principale punto debole del modello italiano di medicina dello sport. La ricerca epidemiologica deve affidarsi a monitoraggi regionali parziali o a indagini su media e web, con sottostima inevitabile e impossibilità di attuare strategie di prevenzione basate su prove statistiche solide.
  7. Il confronto statistico si basa sull’incrocio dei dati ISTAT (Report Cause di Morte 2020-2022) e studi epidemiologici sulla SCD-A. Dati COVID-19: nel 2020, decessi per COVID-19 nella fascia 0-49 anni: 785. Per la SCD-A: non esiste registro nazionale obbligatorio — le indagini intercettano solo tra il 5% e il 56% dei casi reali.
  8. Studi epidemiologici dell’Università di Padova (equipe Prof. Corrado, Thiene, Basso). Lo sport agisce come “trigger” su patologie cardiovascolari preesistenti e silenti. Rischio relativo (RR) documentato: 2,8 (circa 3 volte superiore) di MCI tra atleti vs non atleti in presenza di patologie latenti. Circa l’80% dei decessi avviene in concomitanza con l’attività fisica (gara o allenamento) o nelle fasi immediatamente successive — riscontro analogo: 82% negli USA; 80 eventi su 102 in casistiche italiane su atleti tesserati. L’80% delle vittime appartiene al basso livello agonistico e dilettantistico.